J. Ballard – Crash

Il retro copertina, nelle prime tre righe, descrive esattamente la trama del romanzo:

“Ad accomunare le vite del narratore, James Ballard, e dello scienziato televisivo e psicopatico Robert Vaughan è la passione morbosa per gli incidenti stradali con il loro strascico di morte, deformazione e mutilazione dei corpi, commistione di tecnologia e carne, lamiere e sesso”.

Questo è tutto quello che succede: i protagonisti vagolano fra scene di incidenti stradali, vuoti momenti di noia, sesso scomposto in auto sfasciate e/o in movimento, fantasticherie violente. Sotto questa narrazione oscena e disturbante si intravedono in filigrana dei temi che raccontano il disagio dell’uomo moderno.
Per esempio il tema del doppio: due sono i protagonisti, ossia il narratore James Ballard, in un ricco fondersi di biografia e romanzo, e lo psicolabile Vaughan, morbosamente attratto da incidenti stradali. Il secondo sembra quasi lo scatenarsi delle fantasie morbose e dell’aggressività che il primo cerca di tenere a freno per poter vivere in modo funzionale nel mondo. Funzionalità che viene persa a partire dall’incidente stradale, che libera l’energia pulsionale del doppio.

“Per Vaughan, scontro automobilistico e sessualità si erano uniti in un matrimonio definitivo. Lo ricordo nelle notti con giovani donne nervose, sui sedili posteriori schiacciati di auto abbanndonate in depositi di sfasciacarrozze, e ricordo le foto di lui e di loro nelle varie posizioni di atti sessuali malagevoli”.

Ma soprattutto Crash racconta il gigantesco e tragico senso di insoddisfazione che aleggia nelle società consumistiche moderne. Il protagonista, borghese agiato, vive sopraffatto dalla noia, dalla solitudine e dal senso di futilità, una gabbia dorata che cerca di rompere attraverso l’adrenalina dello scontro autombilistico e del sesso, una rottura, per quanto vana e materialista, portata all’eccesso, fino a rendere la vita stessa sacrificabile. Le auto sono allora trasfigurate in messaggeri di un’improbabile salvezza:

“Un’armata di creature angeliche, ciascuna avvolta da un’immensa corona di luce, stava calando sull’autostrada a entrambi i nostri lati, sciamando in direzioni opposte. Queste creature ci saettavano accanto, di poco sospese dal suolo, per approdare in ogni punto delle sconfinate piste ammantanti il paesaggio. E tutte quelle strade e autostrade, mi resi conto, erano state inconsapevolmente costruite da noi per riceverle”.

Ballard ridefinisce i territori della fantascienza come quelli di un presente spostato e ridefinito in maniera psicotica, un tempo rivestito di un nuovo, metallico e grottesco, spazio di senso. Per usare le parole di Freud, Ballard descrive quello “spazio interno intendendo per tale quel territorio psicologico (manifesto, per esempio, nella pittura surrealista) nel quale s’incontrano, fondendosi, il mondo interiore dello spirito e il mondo esteriore della realtà” .
Cioè che ne esce è un romanzo profondamente disturbante, affascinante nella sua morbosità portata al parossisimo.

P.S. Da non perdere l’ononimo film diretto da David Cronemberg.

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P. Roth – Il teatro di Sabbath

Non c’era modo di districare un’esistenza in cui la ribellione era l’unica disciplina, e di cui costituiva l’unico piacere.

La trama, sulla carta, è molto semplice: il protagonista Morris “Mickey” Sabbath, ex burattinaio oltre che ex direttore del Teatro degli indecenti”, erotomane impenitente, ormai vecchio, solo e con le mani devastate dall’artrite, si ritrova a fare un bilancio della sua esistenza attraverso il ricordo delle persone e dei fatti che l’hanno segnata. Ma in verità siamo di fronte ad un oggetto complesso, disturbante e vero, difficilissimo da racchiudere in spiegazioni e perifrasi.
Sulla superficie, evidente, come in molti romanzi di Roth, galleggia la sessualità, esasperata, disperata:

In vita sua non aveva mai potuto lasciar andare una nuova scoperta. Il cuore della seduzione consiste nella perseveranza. La perseveranza, l’ideale dei gesuiti. L’ottanta per cento delle donne cede a una fortissima pressione se la pressione è persistente. Bisogna dedicarsi a fottere nello stesso modo in cui un monaco si dedica a Dio.
La maggior parte degli uomini deve sistemare le scopate attorno ai bordi di quelle che definisce faccende più importanti: far soldi, potere, politica, moda e Dio solo sa cos’altro…lo sci. Ma Sabbath si era semplificato la vita e aveva sistemato tutto il resto attorno alle scopate.

D’altronde la molla che fa scattare qualcosa di invisible dentro di Sabbath, che mette in moto il meccanismo dell'(auto)riflessione, la necessità di stilare il bilancio della propria esistenza sapendo che è completamente in negativo, è la morte della sua ultima amante, l’indimenticabile Drenka. A proposito di scene indimenticabili, l’apice si raggiunge senza dubbio quando Sabbath si masturba sulla sua tomba:

Ogni volta che dalla bara lei lo attizzava così, a lui veniva duro. Aveva imparato a dare le spalle al nord in modo che il vento geliudo non gli soffiasse veramente sul cazzo ma comunque doveva togliersi un guanto per riuscire a menarselo, e a volte la mano senza guanto diventava talmente fredda che doveva rimettersi il guanto e passare all’altra mano. Per molte notti venne sulla sua tomba.

Da qui si entra nel caleidoscopico racconto della vita del protagonista, una vita cresciuta come un’escrescenza tumurale sull’assenza, sulla solitudine, sulla morte. Resistendo alle esagerazioni e alle grottesche trovate di Sabbath, si capisce piano piano come sotto il vecchio satiro si nasconda (anche a sè stesso) un uomo che ha conosciuto troppo presto il dolore e la sofferenza per riuscire a prendere sul serio la vita, una vita costellata di errori e fallimenti non emendabili:

In quanta stupidità dobbiamo calarci per giungere alla nostra meta, quali sconfinati errori bisogna saper commettere! Se qualcuno te lo dicesse prima, quanti errori dovrai fare, tu diresti no, mi spiace, è impossibile, trovatevi qualcun’altro; io sono troppo furbo per fare tutti quegli errori. E loro ti direbbero, noi abbiamo fede, non preoccuparti, e tu diresti no, niente da fare, avete bisogno di uno molto più schmuck, molto più cretino, ma loro ripeterebbero che hanno fede in te, che tu ti trasformerai in un cretino colossale mettendoci un impegno che neanche ti immagini, che farai sbagli di una grandezza che neanche te li sogni… perché è l’unico modo per giungere alla meta.

Una metà che non si riesce mai a raggiungere, neppure l’agognata morte è a portata di mano per il lercio Sabbath: fallito sia il goffo tentativo di suicidio sia quello di farsi ammazzare, viene lasciato lì, condannato a vivere ancora, quando non c’è più niente da dire, quando non è rimasto più niente da fare. Sabbath rimane in balia di un’esistenza che si configura come una continua rappresentazione tragicomica di sé stesso, esemplificata nelle straordinarie pagine conclusive quando balla pazzo e nudo sulla spiaggia, avvolto nella bandiera americana, ricordo del fratello maggiore caduto in guerra, con la “kippah” in testa. La felicità, pare, non è di questo mondo:

Sabbath si propone di classificare la felicità tra i disordini mentali e di includerla nelle future edizioni dei principali manuali di diagnostica sotto questo nome: disordine affettivo primario, di tipo piacevole. Da un esame dei principali testi risulta che la felicità è statisticamente anormale, consiste di un discreto conglomerato di sintomi, è associata ad una vasta gamma di anormalità cognitive, e probabilmente riflette un anormale funzionamento del sistema nervoso centrale.

Il teatro di Sabbath è a mio avviso un romanzo eccezionale, una di quelle rare opere dove la scrittura fruga nella vita e riesce ad illuminare anche i suoi momenti più fetidi, gli anfratti più beceri e strazianti, penosi e amari, perché la meraviglia di un realismo portato all’eccesso riesce a fondersi con una grazia carsica che non tarda a manifestarsi, a farsi traccia in filigrana, ferita, sincerità autentica.

W. Gombrowicz – Cosmo

Difficile dire di cosa parla Cosmo, l’ultimo romanzo di Witold Gombrowicz (1965),  pervaso da una lucida follia che lo rende conturbante ed irresistibile. Raccontiamo allora la trama con le parole stesse dell’autore:

“Cosmo è la semplice relazione di un semplice studente che racconta le proprie avventure. Lo studente prende alloggio in una pensione dove conosce due donne: la bocca dell’una è deformata da un incidente automobilistico, quella dell’altra è bella, e queste due bocche si associano tra loro fino a diventare un’ossessione. Lo studente ha anche visto un passero impiccato a un fil di ferro e un bastoncino appeso a un filo… e tutto questo, un po’ per noia, un po’ per curiosità, un po’ per amore, un po’ per passione violenta, comincia a trascinarlo verso una certa azione… alla quale, non senza un certo scetticismo, si lascia andare. […] Cosmo ci fa entrare per vie ordinarie in un mondo straordinario, anzi dietro le quinte del mondo.”

Di questo, alla fine, parla il romanzo: di ogni essere umano e di come, dal momento in cui raggiunge una coscienza di sé, cerca di mettere ordine (Cosmos) nel disordine (Caos) che gli sta attorno, ossia cerca di trovare un suo bandolo nella matassa aggrovigliata dell’infinità di sensazioni che ogni giorno lo investono e lo sovrastano. In questo senso, secondo l’autore, siamo di frointe ad un romanzo giallo: “che cos’è un romanzo giallo? Un tentativo di organizzare il caos. Per questo il mio Cosmo, che mi piace chiamare un “un romanzo sulla formazione della realtà” sarà una specie di racconto giallo”. Un giallo filosofico.

Witold, il protagonista, si muove confuso nella realtà cercando indizi e collegamenti dove non ve ne sono, o non sono certi, e in questo è come tutti noi, che ci aggiriamo spaesati per quel che resta del mondo alla ricerca di segnali, credendo di comprendere le cose e di seguire un filo logico, dove invece vi sono solo arbitrarietà e disordine. Gombrowitz è convinto che il nostro intelletto crei la realtà come in uno specchio:

“Sin dall’inizio tutto era infatti mio, mentre io, io ero come tutto il resto: tutto il mondo esteriore non è che uno specchio nel quale si riflette il proprio mondo interiore”

Uno specchio incrinato dove è troppo facile rimanere intrappolati o perdersi. Anche l’azione che ne deriva, che spezza la vuota riflessione, si configura come vana e priva di senso, e genera altra incomprensione, altra riflessione. Dal libro: “Ero assente. Del resto (pensavo) si è quasi sempre assenti o, meglio, non del tutto presenti, e questo per via del nostro frammentario, caotico, trascurato, abietto e vile rapporto con ciò che ci circonda”. E ancora:

“Era complicata, confusa, indecifrabile (pensavo, fissando le terre, gli arcipelaghi e le nebulose del soffitto), era inafferabile e faticosa, potevo immaginarmela in un modo o nell’altro, in centomila situazioni diverse, considerarla per un verso o per l’altro, perderla e ritrovarla, rigirarla da tutti i lati. […] Non lo sapevo, non lo sapevo e quello era appunto il problema, che non lo sapevo”.

Cosmo merita un posto fra i grandi romanzi del novecento. Un’esplorazione artistica sull’uomo moderno e sulla sua impossibilità di orientarsi in un mondo senza punti di riferimento, un’indagine grottesca che dovrebbe indurre al riso se fra le righe non rivelasse il tentativo folle e disperato di ognuno di noi di indagare tra le pieghe del caos con gli strumenti inadeguati della logica.

W. Gibson – Neuromante

Nel 1984, l’anno del Grande Fratello di Orwell, Gibson scrive il suo capolavoro: Neuromante. E’ un romanzo che parla di mondi digitali e “allucinazioni vissute consensualmente” quando parole come matrice, cyberspazio, ram e affini non erano di massa ma solo per pochi avventurieri. Il World Wide Web non esisteva ancora (nasce ufficialmente il 6 Agosto del 1991) e Gibson già navigava con computer desk speciali all’interno di mondi governati da proiezioni, costrutti e intelligenze artificiali. L’incipit, famoso, ci proietta da subito nel giusto mood del libro: “Il cielo sopra il porto era del colore di uno schermo televisivo sintonizzato su un canale morto“.

Il protagonista del libro è Case, un cowboy del cyberspazio ovvero un pirata, a cui è stato precluso l’accesso alla matrice a causa dei suoi crimini:

Gli avevano azzoppato il sistema nervoso con una micotossina russa risalente ai tempi della guerra. Legato a un letto, in un albergo di Memphis, con il suo talento che veniva bruciato micron dopo micron, era rimasto in preda alle allucinazioni per trenta ore. Il danno era microscopico, subdolo, e completo.

Case si trascina apatico e violento, in cerca forse della morte, in un mondo reale che sembra non appartenergli, da cui si sente escluso e condannato. Non che Chiba, il luogo dei reietti dove è costretto a (soprav)vivere sia un posto da sogno:

Night City era come un esperimento deragliato di darwinismo sociale, concepito da un ricercatore annoiato che tenesse un pollice in permanenza sul pulsante dell’avanti-veloce. Se smetti un attimo di farti largo a spintoni, affondi senza lasciare traccia; muoviti un po’ troppo alla svelta e finirai per spezzare la fragile tensione di superficie della borsa nera; in entrambi i casi sparirai senza che di te rimanga traccia alcuna, salvo un vago ricordo nella mente di un’istituzione come Ratz, anche se il cuore, i polmoni o i reni potranno sopravvivere al servizio di qualche sconosciuto fornito di un sacco di nuovi yen per i serbatoi delle cliniche.
Qui gli affari erano un costante ronzio subliminale, e la morte la punizione accettata per la pigrizia, la negligenza, la mancanza di grazia, l’incapacità di rispettare le esigenze di un intricato protocollo.

La storia decolla quando un oscuro personaggio offre a Case la possibilità di recuperare l’accesso alla rete. Ma in cambio dovrà portare a termine una missione di cui solo a poco a poco conosciamo i dettagli e gli obiettivi. La storia si snoda quindi fra omicidi, approdi ad altri mondi reali e digitali, scontri fra intelligenze artificiali, personaggi  indimenticabili. Contraltare di Night City è per esempio il satellite per ricchi imprenditori Freeside che assomiglia a certi “paradisi” odierni:

Il Freeside è molte cose, non tutte evidenti ai turisti che vanno e vengono su e giù con le navette lungo il pozzo gravitazionale. Il Freeside è un nesso di bordelli e banche, luogo di piaceri e porto franco, città di frontiera e stazione termale. Il Freeside è Las Vegas e i giardini pensili di Babilonia, una Ginevra orbitale e dimora d’una famiglia cresciuta attraverso matrimoni tra consanguinei selezionati con estrema cura, il clan industriale dei Tessier e Ashpool.

Spesso le informazioni tecnlogiche che il romanzo ci lancia sono oscure e insufficienti: non è sempre semplice seguire l’immaginazione di Gibson, che si limita a descrivere senza spiegare. Ma la voglia di capire come finisce la storia, vedere Molly il rasoio danzante all’opera, esplorare i  cunicoli osceni di Villa Straylight, capire chi sia InvernoMuto e chi Neuromante rimane troppo forte.

Neuromante rimane una tappa fondamentale e imprescindibile per tutti gli appassionati o solo per chi, come me, sta tentando un’incursione nel mondo della fantascienza.

P. K. Dick – Un oscuro scrutare

Si dice che Philip K. Dick abbia scritto Un oscuro scrutare nel 1977, dopo aver vissuto una fase di misticismo religioso e aver passato l’ultima decade della sua vita a cercare di decodificare una serie di visioni avute sotto l’effetto del Sodium Penthothal. Di sicuro questo è un romanzo dai tratti autobiografici nonchè molto sentito dall’autore: non a caso la straziante nota finale ricorda tutti gli amici morti o menomati dall’abuso di sostanze.

Un oscuro scrutare è ambientato in un futuro distopico: siamo nel 1994 e una droga letale dalle origini misteriose, la Sostanza M, miete vittime fra i diseredati della città. Il futuro tartteggiato da Dick appare molto simile al nostro presente: la differenza fondamentale è data dalla tuta disindividuante che permette ai poliziotti di rendersi irriconoscibili, anche fra di loro per evitare la compromissione di missioni delicate visto  la corruzione dilagante. Il protagonista è proprio un agente della narcotici che si infiltra in un gruppo di tossici per provare a scoprire l’origine della  Sostanza M.

Il romanzo procede come un poliziesco sotto acido, fra dialoghi allucinati e digressioni mistiche, sprofondando ad ogni pagina dentro un’oscurità sempre più densa. La sua forza sono infatti i personaggi, outsider fragili e sconclusionati, resi folli dalla droga, che si dibattono per sopravvivere in un mondo senza speranze e sbocchi, dove ogni sogno è infranto, che vivono di stenti e piccole infrazioni sotto lo sguardo disgustato e senza compassione dei perbene, gli integrati di questa società. Oltre ad essere un romanzo sull’abuso delle sostanze, Un oscuro scrutare è dunque una denuncia del potere corrotto e del governo securitario.

Un altro tema centrale del romanzo è sicuramente la questione dell’identità, del doppio, della conoscenza di sè, esemplificata prima dai cervelli bruciati dei tossici (ossessionati da afidi immaginari o incapaci di ricordare come dare la cera ai pavimenti) e poi dallo stesso protagonista cui, con uno stravolgimento paradossale ma coerente, viene chiesto di indagare su sè stesso. Fred, il poliziotto nascosto dalla tuta disindividuante, deve sorvegliare Bob Arctor, il personaggio che lui stesso interpreta in mezzo al mondo dei tossici.

“Bob Arctor si chiese: Quantio Bob Arctor ci sono? Un bel casino di pensiero del cazzo. Due, se ci penso, si rispose. Quello chiamato Fred, che dovrà controllare quell’altro, quello che chiamano Bob. La stessa persona. Oppure no? Fred è veramente la stessa persona di Bob? Chi lo sa? Io, io dovrei saperlo, perchè sono l’unica persona al mondo a sapere che Fred è Bob Arctor. Ma, pensò, io chi sono? A chi dei due appartengo?”

Il cammino del protagonista, anche lui caduto nel barattro della sostanza M, diviene sempre più pericolante e incerto, inizia a vivere due vite diverse senza ricordare nè capire la sua vera identità. Qui la scrittura di Dick restituisce in maniera formidabile la discesa nell’incubo e nella paranoia di una mente devastata e senza appigli. Una mente che scende inesorabilmente la china dell’oblio, verso l’oscurità:

“Può una passiva telecamera a luci infrarosse, come quelle in uso un tempo, o un’olocamera tridimensionale, del tipo che si usa oggi, vedere fin dentro di me, fin dentro di noi, in modo chiaro? O in modo confuso, oscuro? Io spero possa, pensò, vedere con chiarezza, perchè io non riesco a vedermi dentro ormai. Io vedo solo tenebre”

Incontriamo poi il tema della giustizia, di ciò che è necessario per fermare il male. Il fine giustifica i mezzi? sembra chiedersi Dick. E in maniera più metafisica: perchè è necessario fare il male per fermare il male? La risposta dell’autore è netta: il mondo in cui vivono i protagonisti è sbagliato, percorso da un errore originario che si ripete in ogni loro atto:

“Come può mai la giustizia soccombere in nome di ciò che è giusto? Come è possibile una simile contraddizione? E’ possibile, si rispose, perchè una maledizione attraversa il mondo, e tutto questo lo prova”

Un oscuro scrutare è quindi un romanzo che si configura come una domanda, come una continua ricerca di ciò che è reale in mezzo a tante illusioni. Si può scrutare la realtà costantemente ma è tutto inutile perchè non siamo in grado di vedere. Forse solo l’occhio di Dio può conoscere la verità. Non a caso Dick trae l’ispirazione per il titolo del romanzo da una Lettera di San Paolo ai Corinzi:

“Ora vediamo come in uno specchio, in maniera oscura; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco il mondo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto”.

 

P.S. Merita una visione anche il film di Richard Linklater dall’omonimo titolo del 2006.

M. Kundera – Amori ridicoli

Amori ridicoli è formato da sette racconti, che da prospettive diverse indagano la natura dell’amore, del sesso, delle relazioni umane.
Kundera ha detto che aveva scritto Amori ridicoli “con maggior divertimento, con maggiore piacere” di tutti gli altri suoi libri e si sente: l’amore è sempre accompagnato da un fraintendimento, una vana illusione, che lo rende ridicolo e tragico allo stesso tempo. Ridicolo perchè mette a nudo le insignificanti e meschine paure e borie umane, tragico perchè assumono carattere dirompente e serissimo per chi le vive. D’altronde non si può far altro che, anche e soprattutto nelle relazioni umane, navigare a vista, tentando con le nostre magre forze di mantenere la barra a dritta:

“L’uomo attraversa il presente con gli occhi bendati. Può al massimo immaginare e tentare di indovinare ciò che sta vivendo. Solo più tardi gli viene tolto il fazzoletto dagli occhi e lui, gettato uno sguardo al passato, si accorge di che cosa ha realmente vissuto e ne capisce il senso”

Oltre all’incapacità umana di capire il presente, Kundera affronta molti temi, che poi saranno approfonditi nella sua opera più famosa, L’insonstenibile leggerezza dell’essere. Centrale è per essempio l’affermazione del proprio io, sia maschile che femminile, tramite la sfera sessuale, la ricerca di un senso che passa attraverso la scoperta del corpo dell’altro, specchio di sè stessi. Si legge in Che i vecchi morti cedano il posto ai giovani morti:

“Ecco, le venne da pensare, anche se oggi sono come sono io non ho vissuto invano se un pezzo della mia giovinezza continua a vivere in quest’uomo; e subito dopo pensò che questa era l’ennesima conferma della sua idea: il valore di un uomo è nella sua capacità dim superare seè stesso, di uscire da sè, di essere negli altri e per gli altri”

D’altro canto il rapporto d’amore è spesso descritto come fragile, basato su equilibri instabili e compromessi inevitabili, così che, grattando sotto la patina di umorismo e di splendore superficiale spesso si trova il vuoto, la tragedia. Si legge per esempio in Il falso autostop:

“Gli sembrò che la ragazza che lui amava fosse solo una creazione del suo desiderio, della sua astrazione, della sua fiducia, mentre quella vera gli stava ora davanti, irrimediabilmente altra, irrimediabilmente estranea, irrimediabilmente molteplice. La odiava”

Non è estraneo al libro il contesto sociale in cui è stata scritta l’opera: si avverte l’oppressione della sorveglianza e del conformismo del regime, i protagonisti, da bravi cittadini, rispettano lo scenario di facciata, la cui etichetta va rispettata per evitare effetti tanto sgradevoli quanto indefiniti. Questo si avverte per esempio nel primo racconto, dai toni kafkiani, Nessuno riderà.
Pare quasi allora che l’unico margine di libertà dell’uomo, libertà vera, sia quella circoscrivibile alle scelte che l’individuo compie dentro i confini dei rapporti amorosi o della ricerca del piacere. Ma quest’ultima risulta sempre vacua, infinita e non soddisfacente (Il simposio, Il dottor Havel vent’anni dopo) mentre i limiti dell’amore si risolvono anch’essi in una mancanza più grande che non può essere riempita, come in Eduard e dio:

“Eduard non ha mai trovato nulla di essenziale nè nei suoi amori, nè nella sua professione di insegnante, nè nei suoi pensieri. E’ troppo acuto per ammattere di vedere l’essenziale nell’inessenziale, ma è troppo debole per non desiderare segretamente l’essenziale”

Kundera, in stile Pirandelliano, coglie il senso del contrario che si cela sotto l’umorismo. Dietro le apparenze degli amori ridicoli si avverte, limpido, il fondo di sofferenza che li anima.

E. Schmitt – Elisir d’amore

“Superficialmente vengono definite amore alcune serie patologie, come l’ossessione di accaparrarsi il corpo e il pensiero dell’altro dell’altro annientandone la libertà”

L’idea alla base del libro è piuttosto banale: Louise e Adam si lasciano dopo cinque anni, lei si trasferisce a molti chilometri di distanza, lui inizia una corrispondenza con l’obiettivo di ristabilire un’amicizia. Quindi Elisir d’amore è un romanzo epistolare: ci offre una breve storia narrata attraverso lettere scambiate tra i personaggi del libro.
Banale, quindi. Più interessante è la ricerca che sta alla base del romanzo: storia a parte, che non è niente di eccezionale, ciò che attrae è la continua interrogazione sui meccanismi che stanno alla base di ciò che chiamiamo amore. Esiste davvero? O è la parola che usiamo per definire in modo elegante qualcosa di meschino come il desiderio di affermazione del proprio io? E’ la paura della solitudine e la scelta del matrimonio come comodità? Oppure la necessità fisica del sesso? O ancora il bisogno di distrarsi dalla piattezza della vita gettandosi in una vana ma bruciante illusione? O forse l’amore è solo il ricordo, il profumo? Come si chiede Louise all’inizio del libro:

“L’amore deriva da un processo materiale o chimico, da un miscuglio di molecole riproducibile con mezzi scientifici, oppure è un miracolo spirituale?”

Le opinioni dei due protagonisti risultano spesso contradditorie, contingenti ossia legate ad uno stato dell’animo e pronte a rovesciarsi poco dopo nel loro opposto, quando non bugiarde o pretenziose, volte a mascherare sotterfugi o ad ingannare la propria mente. I personaggi possono apparire banali ed arroganti, saccenti e noiosi, ma in realtà sono disperati, confusi, cattivi, alla mercè delle proprie emozioni e delle proprie paure. Per esempio Adam scrive a Louise:

“Possiamo respingere l’amore, rifiutare di farci trascinare dalla sua corrente impetuosa. Temo che la nostra libertà sia tale solo in senso negativo, un veto esasperato, una rinuncia spaventata a ciò che è più grande di noi. L’unica facoltà in nostro potere è mancare agli appuntamenti che ci dà la felicità”.

Definendo quindi la passione amorosa come preludio alla felicità. Ma è ben pronto a cambiare idea dopo che la breve storia con Lily è naufragata in modo desolante:

“L’amore è la dimostrazione che percepiamo la realtà unicamente attraverso il filtro delle nostre fantasie. Peggio, è la prova che la realtà non è poi gran cosa”.

Quindi è tutto un illusione? In questo momento, si. Fra qualche giorno, o settimana, chissà.
Altre riflessioni riguardano il rapporto, un classico, fra amore e sesso: qui, apparentemente, la donna è la paladina del classico rapporto di coppia mentre l’uomo è il cacciatore offeso dalla monogamia. Dice Adam:

“I rapporti umani sono falsati da un errore colossale: l’idea che culo e sentimento appartengano allo stesso paese. Non è così, amore e sesso occupano territori diversi”.

Ma anche in questo caso le cose non sono così lineari come sembrano, ci dice Schmitt, e basta arrivare alla fine del libro per averne un assaggio.
In conclusione, si tratta di un libello certo non indimenticabile ma godibile. Chi ama una trama corposa, personaggi ben definiti, suspense, sperimentazione, denuncia sociale, è meglio che si astenga. Chi invece si accontenta di passare un’oretta fra riflessioni più o meno interessanti, epigrammi piacevoli, similitudini azzeccate, beva l’elisir di Schmitt.