Il retro copertina, nelle prime tre righe, descrive esattamente la trama del romanzo:
“Ad accomunare le vite del narratore, James Ballard, e dello scienziato televisivo e psicopatico Robert Vaughan è la passione morbosa per gli incidenti stradali con il loro strascico di morte, deformazione e mutilazione dei corpi, commistione di tecnologia e carne, lamiere e sesso”.
Questo è tutto quello che succede: i protagonisti vagolano fra scene di incidenti stradali, vuoti momenti di noia, sesso scomposto in auto sfasciate e/o in movimento, fantasticherie violente. Sotto questa narrazione oscena e disturbante si intravedono in filigrana dei temi che raccontano il disagio dell’uomo moderno.
Per esempio il tema del doppio: due sono i protagonisti, ossia il narratore James Ballard, in un ricco fondersi di biografia e romanzo, e lo psicolabile Vaughan, morbosamente attratto da incidenti stradali. Il secondo sembra quasi lo scatenarsi delle fantasie morbose e dell’aggressività che il primo cerca di tenere a freno per poter vivere in modo funzionale nel mondo. Funzionalità che viene persa a partire dall’incidente stradale, che libera l’energia pulsionale del doppio.
“Per Vaughan, scontro automobilistico e sessualità si erano uniti in un matrimonio definitivo. Lo ricordo nelle notti con giovani donne nervose, sui sedili posteriori schiacciati di auto abbanndonate in depositi di sfasciacarrozze, e ricordo le foto di lui e di loro nelle varie posizioni di atti sessuali malagevoli”.
Ma soprattutto Crash racconta il gigantesco e tragico senso di insoddisfazione che aleggia nelle società consumistiche moderne. Il protagonista, borghese agiato, vive sopraffatto dalla noia, dalla solitudine e dal senso di futilità, una gabbia dorata che cerca di rompere attraverso l’adrenalina dello scontro autombilistico e del sesso, una rottura, per quanto vana e materialista, portata all’eccesso, fino a rendere la vita stessa sacrificabile. Le auto sono allora trasfigurate in messaggeri di un’improbabile salvezza:
“Un’armata di creature angeliche, ciascuna avvolta da un’immensa corona di luce, stava calando sull’autostrada a entrambi i nostri lati, sciamando in direzioni opposte. Queste creature ci saettavano accanto, di poco sospese dal suolo, per approdare in ogni punto delle sconfinate piste ammantanti il paesaggio. E tutte quelle strade e autostrade, mi resi conto, erano state inconsapevolmente costruite da noi per riceverle”.
Ballard ridefinisce i territori della fantascienza come quelli di un presente spostato e ridefinito in maniera psicotica, un tempo rivestito di un nuovo, metallico e grottesco, spazio di senso. Per usare le parole di Freud, Ballard descrive quello “spazio interno intendendo per tale quel territorio psicologico (manifesto, per esempio, nella pittura surrealista) nel quale s’incontrano, fondendosi, il mondo interiore dello spirito e il mondo esteriore della realtà” .
Cioè che ne esce è un romanzo profondamente disturbante, affascinante nella sua morbosità portata al parossisimo.
P.S. Da non perdere l’ononimo film diretto da David Cronemberg.